L’ecosistema delle startup italiane alla prova della crescita: il confronto con il modello americano
International Day at NYSE October 24th, 2025 Photo Credit: NYSE
Dall’esperienza nel programma ITA-Gener8tor di New York, Nicolas Verderosa, CEO di Ruralis, riflette sul perché l’Italia sbaglia a inseguire modelli esteri invece di costruire un proprio metodo per far crescere le startup
L’ecosistema delle startup italiane continua a generare idee, ma fatica a trasformarle in crescita strutturale. A livello europeo, il divario è ancora marcato: secondo i dati della London Stock Exchange (LSEG Lipper 2025), il Regno Unito concentra 474 miliardi di dollari di capitali dedicati alle imprese, la Svizzera 244, la Germania 84. E l’Italia? Si ferma a poco più di 12 miliardi. Una distanza che mostra quanto la capacità di attrarre capitali resti una delle principali sfide per la competitività del Paese.
Nel primo trimestre del 2025 in Italia si contano oltre 12.000 startup innovative (fonte: MIMIT–Unioncamere), pari al 3,1% delle società di capitali italiane. Un dato in crescita, ma che non si traduce automaticamente in consolidamento. Secondo l’AIFI Venture Capital Monitor 2024, infatti, il 78% delle operazioni di venture capital riguarda round inferiori ai 5 milioni di euro, mentre solo l’8% supera i 20 milioni.
È in questo scenario che si inserisce la riflessione di Nicolas Verderosa, CEO di Ruralis, startup player del turismo sostenibile che opera per valorizzare le aree interne e le comunità locali. Selezionato tra i dieci founder italiani per il Global Startup Program dell’Italian Trade Agency (ITA) a New York, Verderosa ha trascorso un mese a confronto diretto con l’ecosistema americano e con altri founder italiani. Un’esperienza che ha fatto emergere con chiarezza una criticità: l’Italia non ha un problema di talento, ma di modello.
Un sistema che replica modelli senza adattarli
Scendendo più nel particolare, per Verderosa, una delle criticità dell’ecosistema italiano non è nella quantità di capitali disponibili, ma nell’approccio.
Molte startup ricevono investimenti da fondi italiani, spesso legati a CDP (Cassa Depositi e Prestiti) per cifre tra i 100 e i 200 mila euro, ma si trovano bloccati da vincoli operativi che ne limitano l’autonomia.
“Ho parlato con imprenditori che devono chiedere l’approvazione del fondo per un rimborso spese irrisorio. C’è il caso di una startup romana che, per partecipare a un meeting di lavoro a Milano, deve passare attraverso un processo di autorizzazione formale,” spiega Verderosa. “È un meccanismo che invece di liberare la crescita, la blocca. Stiamo replicando i modelli del venture capital americano, ma con capitali dieci volte inferiori e una cultura del controllo che non appartiene a quel sistema”.
Il problema, secondo l’imprenditore, è strutturale: i fondi italiani applicano protocolli pensati per investimenti da milioni di dollari a round che ne valgono poche centinaia di migliaia, soffocando le startup con burocrazia anziché supportarle nella crescita.
Esistono alternative percorribili
L’esperienza a New York ha confermato il fatto che ogni Paese deve costruire il proprio metodo di crescita, adattato alla propria cultura economica. Non si tratta di demonizzare il venture capital, ma di riconoscere che in Italia servono strumenti più flessibili e diversificati.
In questo contesto, Ruralis stessa rappresenta un caso di approccio alternativo: negli ultimi anni ha raccolto oltre 4 milioni di euro attraverso bandi pubblici, 180 angel investors e debito bancario. Un percorso poco convenzionale che ha permesso di mantenere indipendenza strategica e crescita costante senza cedere il controllo operativo dell’azienda.
“Non è una questione ideologica,” precisa Verderosa. “È pragmatica. Se i fondi italiani non possono o non vogliono adattare i loro modelli, gli imprenditori devono cercare strade alternative. E queste strade esistono: crowdfunding, angel investor, bandi europei, debito. L’importante è non bloccarsi aspettando il VC che probabilmente non arriverà, o che arriverà con condizioni che paralizzano l’azienda”.
ITA-Gener8tor: un ponte necessario
Il programma promosso dall’Agenzia ICE (ITA) e realizzato con Gener8tor, uno dei principali acceleratori statunitensi, partner del percorso dedicato alle 10 startup italiane selezionate per la tappa di New York, fa parte di un’iniziativa più ampia che nel 2025 ha coinvolto oltre 60 startup distribuite su sei destinazioni internazionali.
Il progetto ha offerto un mese di formazione intensiva, mentoring e networking con investitori e professionisti del mercato statunitense.
Il valore principale del progetto è stata la formazione, accompagnata da un confronto diretto con imprenditori e investitori internazionali. Un’esperienza che, oltre a offrire networking e visibilità, ha permesso di capire come funzionano ecosistemi diversi e di individuare nuove opportunità di collaborazione e crescita per le startup italiane.
La vera sfida è nelle mani di chi fa impresa
Guardando avanti, per Verderosa la responsabilità non è esclusivamente nelle mani dei fondi o delle istituzioni, ma degli imprenditori stessi.
Le startup, infatti, non devono inseguire i venture capital come unico obiettivo, ma creare il miglior prodotto o servizio focalizzandosi sul valore che porta al mercato. Se si lavora con costanza, visione e passione, si può crescere anche senza lo stereotipo del ‘VC italiano’ che, come è strutturato oggi, non è la soluzione migliore per la maggior parte delle realtà.
La chiave, in fondo, sta nell’applicare un approccio pragmatico che aiuti l’Italia a costruire un modello identitario di crescita, basato su fiducia, autonomia e capacità di adattare le regole globali al contesto locale, invece di replicare meccanismi che funzionano altrove.