È già partita la corsa al regalo perfetto, ma come fa chi non riesce ad accedere allo shopping natalizio?
Nel periodo più freddo dell’anno ma più caldo per gli acquisti, non tutti vivono la stessa esperienza online: tra barriere digitali e siti poco inclusivi, molte persone restano escluse dalle compere di Natale
Il Natale è il momento in cui le piattaforme e-commerce raggiungono i picchi più alti dell’anno, tra idee regalo salvate nelle wishlist, carrelli infiniti e countdown alle spedizioni garantite. Ogni anno sono sempre di più gli italiani che trovano il regalo perfetto online, eppure c’è un lato dello shopping natalizio di cui si parla ancora troppo poco: non tutti riescono davvero a fare acquisti online.
Fra pop-up invasivi, menù difficili da usare, testi poco leggibili e video senza sottotitoli, per molte persone, in particolare per chi ha una disabilità, lo shopping natalizio si trasforma rapidamente in un percorso a ostacoli. Il risultato? Offerte irraggiungibili, pagine impossibili di navigare e il regalo perfetto che resta fuori portata.
Nel mese più consumistico dell’anno, mentre il web si riempie di “-50%”, “spedizione gratuita” e “ultimo giorno per riceverlo in tempo per Natale”, il tema dell’accessibilità digitale diventa ancora più urgente: se il digitale è il luogo dove oggi si svolge gran parte dello shopping di Natale, è fondamentale che tutti possano entrarci allo stesso modo.
Ignorare gli utenti con disabilità significa escludere oltre 3 milioni di consumatori (fonte: ISTAT), con un potere d’acquisto tutt’altro che marginale. Le barriere digitali infatti non penalizzano solo chi non riesce a completare un ordine, ma anche gli e-commerce stessi: un sito non accessibile trasforma il fare un regalo in qualcosa di inarrivabile e, di conseguenza in una vendita persa. Nel mese in cui le piattaforme registrano i volumi più alti dell’anno, ogni ostacolo digitale si traduce in carrelli abbandonati e in un’occasione mancata per fidelizzare nuovi clienti.
5 falsi miti che rendono gli e-commerce meno inclusivi (e meno competitivi)
Ma perchè, nonostante le normative introdotte, gli e-commerce continuano a non essere accessibili? Spesso persistono convinzioni errate che impediscono ai siti di essere davvero raggiungibili per tutti: Eye-Able le raccoglie e analizza, mettendo in luce i 5 falsi miti che ancora frenano l’adozione di soluzioni realmente inclusive.
- “Ho il widget, quindi il mio sito è accessibile”
Uno degli errori più comuni è credere che installare un widget di accessibilità renda automaticamente un sito conforme. Il widget permette sicuramente di personalizzare e migliorare l’esperienza di navigazione ma non interviene sul codice HTML, non crea testi alternativi per le immagini e non può correggere una struttura di navigazione inadeguata. È uno strumento molto utile, ma la sua efficacia dipende dal lavoro che viene fatto “dietro le quinte”: senza interventi tecnici sul sito, il widget da solo non è sufficiente a garantire una reale accessibilità.
- “L’accessibilità serve solo alle persone con disabilità”
L’accessibilità digitale è una questione che riguarda tutti. Un sito veloce, con navigazione chiara, testi leggibili e video sottotitolati migliora l’esperienza di ogni utente, dagli anziani, a chi ha un infortunio temporaneo, agli adulti poco digitalizzati,fino a chi naviga con connessioni lente o da smartphone. Come recita l’European Accessibility Act, si tratta di garantire “indipendenza e autonomia per ogni cittadino”. L’accessibilità è un valore comune, non un’esigenza di nicchia.
- “Non riguarda la mia azienda”
Con l’EAA, gli obblighi di accessibilità si estendono a tutti coloro che offrono o vendono prodotti e servizi digitali nel mercato europeo, quindi siti web, e-commerce, servizi bancari, trasporti, piattaforme di streaming e dispositivi come gli ATM. Solo le microimprese sono escluse dagli obblighi, anche se la normativa ne incoraggia comunque l’adozioneper aumentare competitività e inclusione, infatti il punto centrale non sono solo i requisiti tecnici ma la sua finalità olistica ovvero rendere il digitale realmente inclusivo.
- “È troppo costosa e complessa da implementare”
L’accessibilità non è un costo, ma un investimento. Chi non si adegua all’EAA, specialmente le realtà corporate, rischia sanzioni fino al 5% del fatturato, oltre al ritiro temporaneo del prodotto o alla sospensione del servizio. Adottare un approccio “accessibility by design”, integrando i criteri di accessibilità sin dalle prime fasi di progetto, consente di ridurre tempi e costi di adeguamento. Essere accessibili significa anche rafforzare la reputazione del brand come inclusivo e affidabile agli occhi di clienti e partner.
- “Una volta fatto, sono a posto”
L’accessibilità non è un traguardo, ma un processo continuo. Ogni aggiornamento del sito o dei suoi contenuti richiede una verifica dell’assenza di barriere digitali. rilevanti, per cui il processo di verifica deve essere costante, così come la formazione delle persone che lavorano in azienda, per diffondere una cultura realmente inclusiva.
L’accessibilità va considerata come un nuovo standard del digitale, al pari della sicurezza, della performance o della protezione dei dati. Non è un’opzione, né un intervento una tantum: è una pratica da integrare stabilmente nei processi aziendali, supportata da formazione continua e da una cultura inclusiva diffusa in tutta l’organizzazione.
“In un mondo sempre più digitale, garantire l’accessibilità non è solo un obbligo normativo, ma una responsabilità sociale e una grande opportunità di business. Sfatare questi miti è il primo passo per costruire un ecosistema digitale davvero aperto a tutti, dove nessuno resti escluso,” conclude Lorenzo Scumaci, CEO di Eye-Able Italia.