Quando i modelli non ci sono, si creano: l’imprenditoria femminile risponde alle sfide trasformandole in innovazione e nuovi paradigmi di leadership

In Italia le imprese femminili sono oltre 1,3 milioni ma il gender gap resta ancora da colmare. Storie di resilienza, coraggio e innovazione mostrano come le donne affrontano ostacoli strutturali e personali per costruire aziende etiche, inclusive e capaci di generare impatto reale

Secondo un’indagine di Unioncamere, in Italia le imprese femminili sono 1,3 milioni e rappresentano il 22% del totale. Numeri importanti che raccontano una crescita costante, ma dietro le statistiche ci sono storie di coraggio, fatica e resilienza  fatte di scelte difficili, paure profonde e un forte desiderio di cambiare le regole.

Per raccontarle, Flowerista, realtà che sostiene e promuove l’innovazione al femminile, ha raccolto le testimonianze di alcune founder, rivelando la dimensione più profonda e personale dell’esperienza imprenditoriale femminile. Dai percorsi di queste imprenditrici infatti emerge un quadro sfaccettato: la leadership femminile è un’avventura che tocca l’identità, la vita privata e il rapporto con il lavoro.

Molte donne descrivono il passaggio da professioniste a leader come una sfida complessa, fatta di decisioni quotidiane e piccoli equilibri da trovare: imparare a delegare senza sentirsi sostituibili, ridefinire il proprio ruolo e il proprio valore, e talvolta riorganizzare anche la vita personale, tutto senza perdere quell’identità che le rende uniche. In questo percorso, la sindrome dell’impostore è una compagna frequente, amplificata dalla sensazione di essere costantemente sotto esame e di dover dimostrare più rispetto ai colleghi uomini, con il costante timore di “non essere abbastanza”.

A queste difficoltà più personali si aggiunge anche un problema strutturale, ossia la mancanza di un welfare adeguato. Poche tutele per le lavoratrici autonome e contributi minimi per la maternità costringono spesso a scegliere tra impresa e famiglia, scoraggiando molte donne dal mettersi in proprio. Un quadro confermato dal report della Grateful Foundation ETS, secondo cui, nonostante la crescita di attività imprenditoriali, il divario di genere resta ancora profondo, soprattutto ai vertici.

Trasformare le difficoltà in opportunità: da “non sono figlia di” a “scriviamo noi le regole”

Per una donna iniziare un percorso imprenditoriale può essere complesso e, spesso, profondamente solitario. Molte founder, senza modelli familiari o punti di riferimento a cui guardare, hanno dovuto inventarsi tutto da zero: trasformare gli errori in occasioni di crescita e fare di quel “non sono figlia di” una spinta per scrivere le proprie regole,aprendo strade nuove là dove non c’erano mappe. Ed è proprio da queste esperienze che nasce il desiderio di innovare, di creare nuovi modi di fare impresa e plasmare modelli che possono guidare le imprenditrici di domani.

Con questo nuovo approccio, la leadership non si limita a replicare schemi già esistenti, ma li reinventa, e sempre più imprenditrici scelgono di costruire aziende come spazi di libertà, in cui le idee possano fiorire e l’innovazione non sia solo economica, ma anche sociale e culturale.

Il valore di un’impresa non si misura più solo dai risultati finanziari, ma dalla capacità di generare impatto reale sia fuori che dentro l’azienda, ed emerge il bisogno condiviso di mettere al centro la cura delle persone, la collaborazione, la sostenibilità e la creatività, trasformando la leadership in uno strumento collettivo, inclusivo e autentico.

“Non si tratta di una gara tra maschile e femminile, ci tengo a ribadirlo. Credo però che oggi, come donne founder, abbiamo un’opportunità e al tempo stesso una responsabilità: quella di immaginare e costruire imprese che mettano radici nei valori, dove l’etica della cura non sia un dettaglio accessorio ma la vera chiave di volta del cambiamento. È su questa base che possono nascere e crescere progetti capaci di durare e di generare impatto reale.” conclude Sara Malaguti, founder di Flowerista.

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